Come si vanifica, secondo il diavolo, l’efficacia della preghiera? Come si può rendere inutile questa pratica così diffusa tra i credenti di tutto il mondo, soprattutto per conseguire vantaggi, protezione o guarigione?
Lo spiega, nella sua prosa caratteristica, lo scrittore Clive Lewis nel quarto e nel ventisettesimo capitolo delle sue Lettere di Berlicche.
Il primo metodo, afferma il “diavolo istruttore” Berlicche, è quello di incoraggiare il “paziente” (per usare la terminologia di Lewis) a recitare la preghiera in maniera pappagallesca, ripetitiva, infantile. Così facendo, la preghiera non viene recitata con attenzione al significato delle parole, ma in maniera distratta e monotona.
Un altro metodo, opposto rispetto al primo, è quello di persuadere chi prega a recitare «qualcosa che sia del tutto spontaneo, interiore, non formalistico, non regolarizzato» (p. 17). In questo modo, il “paziente” si concentra interamente su ciò che sente interiormente, perdendo di vista il destinatario delle sue parole.
Un altro metodo ancora consiste nello spingere il credente a pregare in maniera ritualisticamente difforme dalla norma, assumendo una posizione del corpo diversa da quella confacente alla preghiera. Lewis, al riguardo, cita il poeta Coleridge, il quale scriveva che non pregava mai muovendo le labbra e piegando le ginocchia, ma semplicemente con uno “spirito composto nell’amore” e indulgendo a “un sentimento di supplica”. Per Berlicche, la posizione del corpo è importante perché gli uomini sono come animali e «qualunque cosa i loro corpi facciano incide sulle loro anime» (p. 18). Una posizione che ricorda molto quella di Blaise Pascal sulla preghiera.
Un altro metodo consiste nel dirottare l’intenzione delle orazioni dalla divinità al mondo interiore di chi prega: ad esempio, dalla richiesta di perdono al sentimento di essere perdonati. Attraverso questa conversione verso l’io è possibile enervare la preghiera della sua forza locutoria e, quindi, renderla inservibile.
Infine, si può ossessionare il credente
con il sospetto che la pratica è assurda e non può essere seguita da nessun risultato positivo. […]. Se ciò per cui prega non avviene si avrà una nuova prova che le preghiere di petizione non raggiungono lo scopo; se avviene sarà naturalmente capace di vedere alcune delle cause fisiche che hanno condotto a quell’effetto che “perciò sarebbe capitato in un modo o nell’altro”. In tal maniera una preghiera esaudita è una prova, buona come una preghiera non esaudita, che tutte le preghiere sono inefficaci (p. 110).
Uno scettico sposerebbe in pieno le osservazioni di Berlicche. Non le attribuirebbe, tuttavia, all’azione del diavolo, bensì a fattori epistemologici. Un epistemologo popperiano argomenterebbe, infatti, che le osservazioni di Lewis dimostrano che le credenze nella divinità sono semplicemente non falsificabili. Se una preghiera sortisce effetto, è perché Dio è intervenuto. Se non produce effetti è perché chi prega ha commesso un peccato, non ha pregato abbastanza o con la dovuta intensità, ha subito l’infausta ingerenza del diavolo e così via.
Non c’è modo di falsificare la credenza che le preghiere sono efficaci. È sempre possibile chiamare in causa fattori contingenti e intervenienti che ne “spiegano” l’inefficacia. Ma tutto questo non è un trucco del diavolo. È il modo in cui il sistema delle credenze religiose salvaguardia sé stesso. Preservando l’illusione che Dio risponda alle nostre preghiere.
Per chi volesse saperne di più sulla psicologia e la sociologia della preghiera, rimando al mio recente La Sacra Corona. Storia, sociologia e psicologia del rosario.
Fonte:
Clive Staples Lewis, 1998, Le lettere di Berlicche, Mondadori, Milano.